La ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella ha ripetuto più volte, nel corso del 2023, una tesi che è insieme ideologica e fuorviante: la natalità si recupera tornando alla «famiglia tradizionale», fatta di un uomo e una donna. Lo ha detto in modo esplicito alla Summer School di Fratelli d'Italia in Basilicata, dove ha tenuto a precisare ai presenti che «i figli si fanno nel modo classico, con un uomo e una donna», e lo ha ribadito in più occasioni opponendosi al riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, alle trascrizioni anagrafiche dei figli di coppie dello stesso sesso e ai regolamenti europei sul certificato di filiazione. Il messaggio politico è chiaro: le famiglie arcobaleno vengono presentate come una minaccia al modello familiare e, indirettamente, come parte del problema demografico. È una posizione assurda, omofoba e, soprattutto, falsa.
Le famiglie omogenitoriali in Italia sono circa 150.000, una piccola minoranza. Sostenere, anche solo per allusione, che il loro riconoscimento o la loro esistenza incida sulla natalità del Paese è semplicemente impossibile dal punto di vista numerico, oltre che logico: queste famiglie i figli li hanno, li crescono e li amano, anche senza che lo Stato italiano riconosca entrambi i genitori. L'unico effetto concreto delle politiche del governo è lasciare migliaia di bambini in un limbo giuridico, privati di un genitore sulla carta solo perché si chiama "mamma" anziché "papà" o viceversa. Sette Ordini regionali degli Psicologi hanno scritto alla ministra ricordando, dati scientifici alla mano, che non esistono differenze sostanziali nello sviluppo dei figli di coppie omosessuali rispetto a quelli di coppie eterosessuali, e che il vero fattore di rischio per il benessere dei minori è lo stigma sociale, non la composizione della famiglia.
Le cause vere della denatalità sono altre e le conosciamo da tempo: precarietà del lavoro, salari fermi da trent'anni, povertà crescente, costo degli affitti, condizione delle donne, difficoltà nel conciliare maternità e carriera, mancanza cronica di asili nido, sterilità in aumento, inquinamento, crisi climatica, prospettive di futuro che si fanno ogni anno più cupe. Sono i nodi strutturali di un Paese in cui mettere al mondo un figlio è diventato, per molte coppie, un lusso o un salto nel buio. Nessuna di queste questioni viene affrontata seriamente dal governo Meloni, che preferisce inseguire battaglie identitarie a costo zero piuttosto che mettere in campo politiche pubbliche concrete.
Il caso degli asili nido è emblematico. Nella revisione del PNRR approvata a fine novembre 2023, il target finale dei posti negli asili nido e nelle scuole dell'infanzia è stato ridotto da 264.480 a 150.480, oltre centomila posti in meno. In un Paese in cui i posti nido coprono appena il 28% dei bambini sotto i tre anni, e in cui la copertura al Sud è ancora più drammatica, era una delle misure più importanti dell'intero Piano: una leva strategica per sostenere il lavoro delle donne e ridurre i divari territoriali. Il governo l'ha smontata e ha provato a giustificarsi con l'aumento dei costi delle materie prime, ma il punto resta: chi parla ogni giorno di "natalità" e "famiglia" ha tagliato proprio lo strumento che più di ogni altro avrebbe aiutato a fare figli.
Quello che servirebbe lo sappiamo benissimo, e non è un mistero: più asili nido pubblici, gratuiti e diffusi su tutto il territorio nazionale; un aumento reale dei salari; l'introduzione del salario minimo; un congedo parentale obbligatorio, paritario e retribuito di almeno cinque mesi non trasferibili tra i genitori, sul modello di quanto fatto in Spagna e nei Paesi nordici; politiche abitative serie per i giovani; investimenti nella sanità pubblica e nella procreazione medicalmente assistita; una vera lotta alla precarietà. Sono misure costose, complesse, che richiedono visione e tempo. Ma sono le uniche che funzionano davvero, come dimostrano i Paesi europei che hanno arginato la denatalità.
Il governo Meloni preferisce un'altra strada: leggi-bandiera, slogan, propaganda. Ha persino cambiato il nome del ministero per inserirvi la parola "Natalità", come se bastasse una targa nuova per fare nascere bambini. Ai fatti, sostituisce le crociate culturali, contro le famiglie arcobaleno, contro la maternità surrogata, contro l'Europa che chiede il riconoscimento dei figli di coppie dello stesso sesso. È un modo per occupare il dibattito pubblico senza affrontare alcuna delle vere sfide del Paese.
Servono più lavoro, più diritti, più servizi pubblici e meno propaganda. I diritti delle donne, delle persone queer, delle persone con disabilità e di tutte le minoranze non sono un ostacolo allo sviluppo: sono una risorsa. Riconoscere le famiglie arcobaleno non sottrae nulla a nessuno e non incide minimamente sul tasso di natalità, semmai aumenta il numero di bambini con genitori legalmente tutelati. Come ha ricordato la vicepresidente del governo spagnolo Yolanda Díaz, la diversità è una ricchezza, non una minaccia. È esattamente il principio che a questo governo manca, e che continueremo a difendere.