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Il Muro cadde, la libertà resta da difendere

Persone sul Muro di Berlino durante una celebrazione notturna della sua caduta

Trentacinque anni. Tanti ne sono passati da quella notte di novembre in cui un'intera generazione si scoprì improvvisamente più libera, e un continente spezzato da filo spinato, cemento armato e torrette di sorveglianza tornò, dopo quasi tre decenni, a respirare con due polmoni. Quando al varco di Bornholmer Strasse, poco prima di mezzanotte, le sbarre si sollevarono e i primi berlinesi dell'Est cominciarono a riversarsi a Ovest, increduli, commossi, abbracciando sconosciuti come si abbracciano i fratelli ritrovati, nessuno fra quei volti illuminati dai flash dei fotografi avrebbe potuto credere di stare assistendo alla fine di un'epoca. Eppure così era: il Novecento ideologico si stava chiudendo lungo i chilometri del Muro che da ventotto anni divideva una città, una nazione e un continente.

«Dopo decenni di sofferenza, la ferita lacerante della divisione della Germania e dell'Europa trovava la sua ricomposizione attraverso la caduta del suo simbolo più evidente ed odioso. Finalmente il Muro cadeva sotto la spinta di migliaia di donne e di uomini ansiosi di riconquistare la propria libertà e la propria dignità dopo anni di oppressione e di privazione dei propri diritti fondamentali. Il successo di quella notte fu il frutto della determinazione di milioni di cittadini europei dell'Est che pacificamente, senza alcuna violenza ma solo attraverso la forza delle proprie ragioni furono in grado di liberarsi del giogo cui per decenni erano stati sottoposti. È anche al coraggio di quei cittadini europei che oggi desidero rendere omaggio».

Erano queste le parole con cui, il 13 novembre 2019, David Sassoli aprì da presidente del Parlamento europeo la seduta solenne convocata a Bruxelles per il trentennale della caduta del Muro di Berlino. Non era soltanto un omaggio istituzionale: era il ricordo intimo di un testimone. Quella notte del 9 novembre 1989, a Berlino, c'era anche lui. Aveva trentatré anni, era un giovane cronista del quotidiano Il Giorno — il giornale con cui collaborava dal 1985 — e si trovava in Germania per seguire da vicino il precipitare degli eventi. Come migliaia di giovani europei accorsi in città in quelle settimane elettriche, sognava un mondo diverso, più libero, più giusto, senza barriere. Quel reportage sarebbe rimasto fra gli incontri decisivi della sua vita professionale e umana, una di quelle esperienze che lasciano un segno indelebile e che si portano dentro per sempre.

Eppure, a dirla tutta, quasi nessuno aveva previsto che il 9 novembre sarebbe stato il giorno della caduta. Da settimane la Repubblica Democratica Tedesca era attraversata da un'ondata di proteste pacifiche che, partite da Lipsia con le manifestazioni del lunedì e lo slogan «Wir sind das Volk», «Noi siamo il popolo», si erano allargate a macchia d'olio. L'Ungheria aveva già aperto le frontiere con l'Austria pochi mesi prima, in agosto, lasciando filtrare verso l'Occidente migliaia di tedeschi dell'Est. In Polonia il sindacato Solidarność di Lech Wałęsa aveva conquistato il governo nelle prime elezioni semi-libere dell'intero blocco sovietico. A Praga, dopo la primavera repressa di vent'anni prima, si preparava la Rivoluzione di velluto. La perestrojka di Michail Gorbačëv aveva tolto al Cremlino la volontà di reprimere nel sangue. L'edificio scricchiolava ovunque. Eppure a Berlino il Muro restava in piedi, presidiato, armato, mortale: nei suoi ventotto anni di esistenza era costato la vita ad almeno centoquaranta persone, uccise nel tentativo di passare dall'altra parte, lungo quella che la propaganda di regime ostinatamente chiamava «barriera di protezione antifascista».

Tutto si decise nel giro di poche ore, per un equivoco e, nello stesso tempo, per una verità storica più grande di chi tentava di trattenerla. Nel tardo pomeriggio di quel giovedì 9 novembre, il portavoce del Politburo Günter Schabowski lesse in conferenza stampa, con tono burocratico e palese imbarazzo, il testo di una nuova regolamentazione che avrebbe consentito ai cittadini della DDR di richiedere visti di viaggio. Alla domanda del giornalista italiano Riccardo Ehrman, inviato dell'ANSA, su quando la misura sarebbe entrata in vigore, Schabowski balbettò: «Sofort, unverzüglich» — «subito, senza indugio». In poche ore i telegiornali occidentali rilanciarono la notizia come l'apertura immediata delle frontiere, e una folla crescente cominciò a premere ai posti di blocco. Le guardie, prive di ordini chiari e travolte dalla pressione, esitarono. Verso le 23.30 il tenente colonnello Harald Jäger, ufficiale di servizio al Bornholmer Strasse, prese la decisione che avrebbe cambiato il mondo: alzare la sbarra. Pochi minuti dopo, lungo l'intera linea, il Muro non c'era più. C'erano martelli, picconi, corpi che si arrampicavano sul cemento, applausi, lacrime, sconosciuti che si abbracciavano. C'era, soprattutto, la libertà.

Trentacinque anni dopo, Berlino torna a celebrarsi. Le autorità tedesche hanno scelto come motto delle commemorazioni del 2024 «Preserviamo la libertà», e per due giorni — l'8 e il 9 novembre — il tracciato originario del Muro è stato trasformato in una grande installazione a cielo aperto, lunga circa quattro chilometri, attraverso il cuore della capitale. Migliaia di manifesti, cartelli e striscioni — molti dei quali realizzati nei mesi precedenti da cittadini riuniti in laboratori di memoria — hanno restituito alla città le immagini, gli slogan e i sogni del 1989. La cerimonia ufficiale si è tenuta presso il Memoriale del Muro nella Bernauer Strasse, alla presenza del presidente federale Frank-Walter Steinmeier e del sindaco di Berlino Kai Wegner, in onore delle vittime cadute lungo quella linea di frontiera. Il cancelliere Olaf Scholz, in un videomessaggio alla nazione, ha ricordato che gli ideali liberali del 1989 non sono mai qualcosa da poter dare per scontato, e che basta uno sguardo alla storia, e al mondo che ci circonda, per rendersene conto. Fra gli ospiti delle celebrazioni, accanto ai berlinesi e ai dissidenti dell'Est europeo, sono stati invitati attivisti pro-democrazia da tutto il mondo, dalla leader dell'opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya al dissidente iraniano Masih Alinejad. La sera del 9 novembre, settecento musicisti hanno suonato in contemporanea lungo il percorso del Muro la «colonna sonora della libertà»: un grande concerto diffuso, esattamente nel punto in cui un tempo c'era la striscia della morte.

Il monito risuona oggi più forte che mai. Trentacinque anni dopo quella notte, l'Europa che Sassoli sognava convive con la guerra alle proprie porte, in un'Ucraina aggredita dalla Russia di Vladimir Putin che ha riportato i carri armati nel cuore del continente. Le frontiere chiuse, i fili spinati e i campi minati che credevamo consegnati ai libri di storia sono ricomparsi: nuovi muri si alzano in molte parti del mondo, dal Mediterraneo alle steppe dell'Est, dal confine messicano alle frontiere balcaniche. In Europa stessa il vento dei nazionalismi torna a soffiare con forza. È un caso che dice molto del momento storico: nelle stesse ore in cui Berlino preparava la festa, il governo di coalizione di Olaf Scholz è imploso, mentre oltre Atlantico Donald Trump tornava alla Casa Bianca, sancendo un mondo in cui le coordinate della Guerra Fredda non valgono più, ma le incertezze sono nuove e difficili da decifrare. È il paradosso di questo anniversario: si celebra una libertà conquistata, ricordando che la libertà non è mai conquistata una volta per tutte.

David Sassoli non c'è più: è scomparso l'11 gennaio 2022, lasciando un vuoto profondo nella politica italiana ed europea. Ma le sue parole, pronunciate nel 2019 davanti agli eurodeputati, suonano oggi come un testamento. «La democrazia europea, i valori e i principi su cui essa si basa purtroppo non sono irreversibili — ammoniva —. Per questo è necessario l'impegno e la determinazione di tutti noi a loro difesa. Si tratta di una lotta che dobbiamo condurre giorno per giorno. Senza sosta». A trentacinque anni da quel 9 novembre, quando il giovane cronista fiorentino del Giorno respirava insieme ai berlinesi l'aria nuova di una città improvvisamente libera, il suo invito è il filo che lega ancora la memoria di quella notte al nostro presente. Ricordarla non è un esercizio nostalgico: è un esercizio di responsabilità.

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