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Informarsi, parlarne, fare prevenzione: perché il silenzio è il vero alleato del virus

Nella Giornata Mondiale per la Lotta all'AIDS, rompere lo stigma significa proteggere salute, relazioni e libertà.

Nastro rosso per la lotta all'AIDS su un tavolo di consultazione sanitaria con materiali informativi

Ogni anno, il primo dicembre, si celebra la Giornata Mondiale per la Lotta all'AIDS. Non è una ricorrenza qualunque: è un'occasione per fermarsi, riflettere e, soprattutto, parlare di un tema che, anche dopo oltre quarant'anni dalla scoperta del virus, continua a fare fatica a entrare nelle conversazioni quotidiane. E proprio questo silenzio, questo imbarazzo che spesso accompagna la parola HIV, è uno dei principali ostacoli alla prevenzione.

La strada da fare è ancora molta

La verità, purtroppo, è che in Italia la strada da fare è ancora molta. I dati del Ministero della Salute parlano chiaro: nel 2022 sono state registrate 1.888 nuove diagnosi di HIV e 403 nuove diagnosi di AIDS. Dopo il calo del 2019 e del 2020, legato in larga parte alle restrizioni della pandemia, i casi hanno ripreso ad aumentare. La fascia d'età più colpita oggi è quella dei 30-39 anni, mentre fino a poco tempo fa era quella dei 25-29: l'età media si è alzata, e oggi si attesta intorno ai 46 anni per gli uomini e ai 44 per le donne. E, contrariamente a uno degli stereotipi più duri a morire, le persone più colpite sono uomini eterosessuali.

C'è un altro dato che dovrebbe farci riflettere: in Italia la sieropositività si scopre tardi. Troppo tardi. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, dal 2015 è in costante aumento la quota di persone a cui viene diagnosticata tardivamente l'infezione da HIV, e nel 2021 questo dato ha riguardato il 75,9% degli uomini e il 62,4% delle donne. Sempre nello stesso anno, il 76,4% delle persone con diagnosi di AIDS non aveva ricevuto alcuna terapia antiretrovirale prima della diagnosi. Tradotto: scoprono di essere sieropositivi solo quando la malattia si è già manifestata. È un ritardo che pesa, sia sulla salute della singola persona sia sulla diffusione del virus.

La rivoluzione silenziosa delle terapie

Eppure, ed è qui che la storia dell'HIV ha cambiato volto rispetto agli anni Ottanta, oggi le terapie antiretrovirali sono in grado di tenere sotto controllo l'andamento dell'infezione e i sintomi, garantendo a chi convive con il virus un'aspettativa e una qualità della vita del tutto analoghe a quelle di una persona sieronegativa. Non è un dettaglio: è una rivoluzione silenziosa che la cultura popolare fatica ancora a metabolizzare.

Una parte importante di questa rivoluzione si chiama U=U: Undetectable equals Untransmittable, ovvero "non rilevabile uguale non trasmissibile". È un concetto semplice ma potentissimo. Quando una persona sieropositiva segue una terapia antiretrovirale efficace da più di sei mesi, la carica virale nel sangue scende al di sotto delle 200 copie per millilitro: una soglia talmente bassa da rendere il virus non rilevabile. E, cosa ancora più importante, non trasmissibile. Significa che una persona in queste condizioni non può contagiare nessun altro, nemmeno in un rapporto non protetto. A dirlo non sono opinioni, ma studi pubblicati su riviste scientifiche di primo livello come The Lancet e JAMA, ricerche che hanno seguito per anni coppie sierodiscordanti senza registrare un singolo caso di trasmissione.

Gli strumenti ci sono, ma bisogna farli conoscere

Sul fronte della prevenzione, dal 2016 esiste in Europa un altro strumento di cui in Italia si parla ancora troppo poco: la PrEP, la profilassi pre-esposizione. Si tratta di un trattamento medico che prevede l'assunzione di una combinazione di farmaci antivirali, tenofovir ed emtricitabina, prima dei rapporti sessuali a rischio, in modo da ridurre drasticamente la possibilità di contrarre il virus. In Italia la PrEP è gratuita per chi rientra nei criteri di accesso. Eppure quasi nessuno lo sa. È uno dei tanti paradossi italiani: abbiamo gli strumenti, ma non ci preoccupiamo di farli conoscere.

E allora viene da chiedersi: come si fa a non conoscerli? La risposta, spesso, parte da lontano. Dalla scuola. O meglio, dalla sua assenza, almeno su questi temi. Secondo l'osservatorio annuale Durex, basato su una rilevazione condotta su 15.000 ragazzi tra gli 11 e i 24 anni, il 94% dei giovani italiani vorrebbe che l'educazione sessuale venisse finalmente introdotta a scuola, con medici, psicologi ed esperti chiamati a parlarne. Sono loro a chiederlo. Sono loro a sentirne il bisogno. Nel frattempo, il 62,5% continua ad affidarsi al coito interrotto come metodo contraccettivo, ignorando completamente le malattie sessualmente trasmissibili, e il 45,3% cerca risposte sul web, esponendosi a fake news e disinformazione. Qualcosa, evidentemente, non torna.

Sei falsi miti da smontare

Combattere l'ignoranza, allora, è la prima forma di prevenzione. E partiamo da qui, dai sei falsi miti sull'AIDS a cui forse qualcuno crede ancora. No, AIDS e HIV non sono la stessa cosa: il primo è la sindrome che può svilupparsi se l'infezione da HIV non viene trattata. No, frequentare quotidianamente una persona sieropositiva non aumenta il rischio di contagio. No, una relazione monogama non ti dispensa dal fare il test, perché non sempre si conosce a fondo la storia dell'altra persona. No, il virus dell'HIV non circola "solo tra gli omosessuali": è un'idea che ha fatto, e continua a fare, danni enormi. No, non sono solo le persone con molte esperienze sessuali o chi fa uso di droghe a poterlo contrarre: basta un solo rapporto a rischio. E no, ricevere una diagnosi di HIV non è più una condanna a morte: con le terapie disponibili oggi, si vive. Si vive bene. Si vive a lungo.

Già che ci siamo, mettiamo in chiaro anche come l'HIV non si trasmette: con un bacio, con un abbraccio, condividendo cibo e posate, attraverso morsi o punture di insetti, usando lo stesso bagno, con starnuti e tosse, attraverso il sudore o il contatto con un animale domestico. Si trasmette, invece, attraverso il contatto con sangue infetto, i rapporti sessuali non protetti, e da madre a figlio durante gravidanza, parto e allattamento, qualora la madre sia sieropositiva e non in terapia.

Parlarne ogni giorno

Ecco perché parlare chiaramente di questo tema, senza eufemismi, senza imbarazzo, senza vergogna, resta l'unico modo davvero efficace per combattere la diffusione dell'HIV. La Giornata Mondiale per la Lotta all'AIDS non serve a riempire i social di nastrini rossi per ventiquattro ore e poi tornare al silenzio. Serve a ricordarci che informazione, prevenzione e lotta allo stigma culturale sono tre facce della stessa medaglia. E che ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare la differenza: facendo il test, parlandone apertamente con il partner, sfatando i luoghi comuni quando li sentiamo al bar o a tavola, accompagnando un amico al consultorio se ne ha bisogno.

L'AIDS non deve essere uno stigma. Mai. E ogni giorno, non solo il primo dicembre, vale la pena ricordarselo.

Per approfondire: healthypeers.it

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