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L'accesso all'aborto libero, sicuro e gratuito è un diritto umano

Nel giorno internazionale per l'aborto sicuro, difendere la 194 significa pretendere che funzioni davvero.

Persone in piazza durante una manifestazione per i diritti riproduttivi

Il 28 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per l'Aborto Sicuro, una ricorrenza nata in America Latina alla fine degli anni Novanta e oggi sostenuta dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, da Amnesty International e da centinaia di organizzazioni femministe. Non è una data simbolica scelta a caso: ricorda che, ancora nel 2023, l'aborto sicuro non è una conquista acquisita, ma un diritto fragile, contestato, e in molti Paesi apertamente sotto attacco.

In Italia l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è garantita dalla legge 194 del 22 maggio 1978, una delle leggi più importanti della storia repubblicana, frutto di anni di battaglie femministe e poi confermata dal referendum abrogativo del 1981. Sulla carta, dunque, il diritto esiste. Nella pratica, troppo spesso si trasforma in una corsa a ostacoli e contro il tempo: code, viaggi tra una regione e l'altra, colloqui umilianti, diagnosi tardive, settimane di attesa che possono fare la differenza tra una scelta libera e una scelta negata.

Un diritto che il SSN dovrebbe garantire e troppo spesso non garantisce

Sebbene l'IVG sia inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e il Servizio sanitario nazionale sia tenuto a fornirla a tuttə cittadinə, la realtà racconta un'altra storia. Secondo l'ultima Relazione del Ministero della Salute trasmessa al Parlamento il 12 settembre 2023, sui dati definitivi del 2021, solo il 59,6% delle strutture con reparto di ostetricia e/o ginecologia in Italia effettua IVG: 335 strutture su 560. In alcune regioni si scende ben sotto la metà.

Il nodo strutturale resta l'obiezione di coscienza, prevista dall'articolo 9 della 194 a livello individuale ma che, nei fatti, ha finito per assumere la forma di un'obiezione di struttura, vietata dalla legge ma diffusa in molti reparti. I dati 2021, gli ultimi disponibili, parlano di un 63,4% di ginecologi obiettori, del 40,5% di anestesisti e del 32,8% di personale non medico, con punte regionali drammatiche: oltre l'84% dei ginecologi in Abruzzo, l'85% in Sicilia, il 77,8% in Molise, percentuali altissime anche in Basilicata, Campania, Puglia e Marche. L'inchiesta indipendente "Mai Dati" di Chiara Lalli e Sonia Montegiove, costruita attraverso decine di richieste di accesso civico, ha fotografato un Paese in cui 72 ospedali hanno tra l'80% e il 100% di personale obiettore e in 22 strutture l'obiezione tocca la totalità di medici, anestesisti e infermieri: un'obiezione di fatto totalitaria, che rende impossibile l'accesso al servizio.

A ciò si aggiunge la vicenda della pillola abortiva RU486 (mifepristone), in Italia trattata per anni come un farmaco sospetto e persino "rischioso", quando in Europa si utilizza dal 1988, quasi quarant'anni fa, prima approvazione in Francia, e l'OMS l'ha inserita nella Model List dei farmaci essenziali fin dal 2005, classificandola dal 2019 nella lista "core" e raccomandandone, nelle linee guida del giugno 2023, l'uso in regime ambulatoriale e persino l'autogestione fino alla dodicesima settimana. In Italia, le linee di indirizzo del Ministero della Salute del 12 agosto 2020 hanno finalmente esteso l'aborto farmacologico fino alla nona settimana e svincolato la procedura dall'obbligo di ricovero ordinario. Ma l'applicazione resta a macchia di leopardo: nel 2021 si va dal 19,6% delle Marche al 72,5% della Liguria, e l'ambulatorialità, pur autorizzata, è di fatto praticata solo in poche regioni, fra cui Lazio, Emilia-Romagna e Toscana.

Il dramma degli aborti clandestini

Il dramma degli aborti non sicuri, purtroppo, non appartiene al passato. Secondo i dati dell'OMS, ogni anno nel mondo si registrano circa 73 milioni di interruzioni di gravidanza, di cui quasi la metà avvengono in condizioni non sicure, ed è proprio l'aborto clandestino una delle principali cause prevenibili di lesioni e di morte materna a livello globale. Si stima che siano 39.000 le donne che muoiono ogni anno per complicanze legate ad aborti clandestini, e milioni quelle che subiscono conseguenze gravi sulla salute.

I dati dell'OMS, peraltro, smontano alla radice la retorica proibizionista: dove l'aborto è legale, sicuro e gratuito non aumenta il numero di interruzioni di gravidanza; dove ci sono divieti e leggi restrittive, ad aumentare è la mortalità delle donne. In Italia, dal 1982, anno di massima incidenza, con 234.801 IVG, il numero degli aborti è calato di quasi il 73%, attestandosi nel 2021 a 63.653: la conferma che informazione, contraccezione e accesso libero al servizio sono il modo migliore per ridurre il ricorso all'aborto, non i divieti.

L'attacco internazionale ai diritti delle donne

La destra oscurantista fa del corpo delle donne un campo di battaglia, e ovunque governa è in atto un vero e proprio attacco alla libertà di scelta.

Penso alla Polonia, dove la sentenza del Tribunale costituzionale dell'ottobre 2020, emessa da giudici nominati dal partito ultraconservatore PiS, ha trasformato la già restrittiva legge polacca in uno dei divieti più severi d'Europa, secondo soltanto a quello di Malta. Da allora le tragedie si sono moltiplicate: nel 2021 Izabela, 30 anni, è morta di shock settico nell'ospedale di Pszczyna mentre i medici aspettavano che il battito del feto, già condannato, si fermasse da solo; pochi giorni prima della morte aveva scritto alla madre che si sentiva trattata come "un'incubatrice". Nel maggio del 2023, un'altra donna, Dorota Lalik, è morta nello stesso modo, di sepsi, all'ospedale di Nowy Targ. Sono almeno sette i casi accertati dal 2020. "Non una di più" è lo slogan delle migliaia di donne scese in piazza in tutta la Polonia.

Penso all'Ungheria di Orbán, dove un decreto del settembre 2022 ha imposto alle donne che chiedono di abortire di ascoltare prima il "battito cardiaco fetale", una misura voluta dall'estrema destra del partito Mi Hazánk e adottata senza alcuna consultazione pubblica, in un Paese in cui l'aborto farmacologico è già vietato dal 2012 e dove ogni IVG richiede due colloqui obbligatori e 72 ore di attesa.

Penso agli Stati Uniti, dove la sentenza Dobbs v. Jackson Women's Health Organization del giugno 2022 ha cancellato il precedente di Roe v. Wade dopo quasi cinquant'anni, restituendo agli Stati la possibilità di vietare l'aborto: oggi più di una donna americana su tre vive in uno Stato in cui l'IVG è proibita o gravemente limitata, e iniziano ad arrivare le prime denunce di donne lasciate emorragiche nei pronto soccorso del Texas o dell'Idaho perché i medici, spaventati dalla legge, non intervengono finché non sopraggiunge il rischio imminente di morte. Negli ultimi trent'anni, ha ricordato il Time, sessanta Paesi hanno liberalizzato la legge sull'aborto: solo quattro l'hanno resa più restrittiva. Stati Uniti, Polonia, Nicaragua, El Salvador.

E in Italia?

Ma non serve guardare ai confini esteri. Anche dentro casa nostra, dove la destra è maggioranza, il tasso di accesso all'aborto crolla, talvolta fino a sfiorare lo zero, limitando di fatto l'applicazione della 194. Nelle Marche, governate da Fratelli d'Italia, l'aborto farmacologico è praticato solo fino alla settima settimana quando la legge nazionale lo consente fino alla nona e l'OMS fino alla dodicesima e copre appena il 20,7% degli interventi, contro una media nazionale del 47,3%. In Abruzzo otto ginecologi su dieci sono obiettori; in Molise il dato sfiora l'80%. Mentre in Lombardia, una delibera regionale del 2000 firmata Formigoni continua a permettere ai consultori privati accreditati di non erogare IVG: una forma surrettizia di obiezione di struttura, espressamente vietata dalla legge.

Nel frattempo abbiamo una ministra della Famiglia, della Natalità e delle Pari opportunità, Eugenia Roccella, che a gennaio 2023, ospite a Oggi è un altro giorno su Rai 1, alla domanda se l'aborto fosse una libertà delle donne ha risposto "purtroppo sì", e che è tornata a ribadire più volte anche durante la trasmissione La Confessione di Peter Gomez nel giugno 2023 che "l'aborto non è un diritto, al massimo c'è un diritto di scelta". Una posizione tutt'altro che neutra, che apre la strada a giustificare le inadempienze del Servizio sanitario nazionale: se l'aborto non è un diritto, allora le mancanze non sono violazioni.

E abbiamo una premier, Giorgia Meloni, che continua a ripetere come un mantra di non voler "abolire né modificare" la 194, ma di voler "applicarla integralmente nella parte sulla prevenzione" e garantire alle donne "il diritto a non abortire" come se qualcuno, oggi, le costringesse a farlo. Una formula che nasconde una traduzione politica già visibile: aprire i consultori e gli ospedali alle associazioni antiabortiste, come consente la legge di bilancio 2024 in discussione, e usare la retorica della maternità come libera scelta per nascondere lo svuotamento sostanziale della 194.

Cosa bisogna fare

Bisogna ripartire dai dati e dalla trasparenza, perché come ricorda l'Associazione Luca Coscioni la Relazione ministeriale è pubblicata in ritardo, in formato chiuso e aggregata per Regione, senza la possibilità di valutare struttura per struttura cosa funziona e cosa no. L'OMS è chiara: la carenza di informazioni adeguate è essa stessa un ostacolo all'esercizio del diritto all'aborto libero, sicuro e gratuito.

Bisogna garantire la piena applicazione delle linee di indirizzo del 2020 sull'aborto farmacologico in tutte le regioni, prevedere percorsi ambulatoriali e domiciliari come raccomanda l'OMS, assumere personale non obiettore anche con concorsi dedicati, come la legge consente, e rimuovere quelle obiezioni di struttura che la 194 non ammette.

Bisogna, soprattutto, fermare la "deriva alla polacca" prima che diventi una traiettoria irreversibile. Il diritto all'aborto non è un'opinione e non è un male necessario: è una conquista di civiltà, è un diritto umano riconosciuto da decine di organismi internazionali, è parte integrante del diritto alla salute sancito dall'articolo 32 della nostra Costituzione.

Giù le mani dalla libera scelta delle persone.

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