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Memoria corta, ideologia lunga: l'Italia che non ha fatto i conti con il fascismo

La fine di un regime non comporta automaticamente la fine di un'ideologia.

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Ricordiamoci che la carriera dell'attuale Presidente del Consiglio Giorgia Meloni cominciò pubblicamente con un'intervista alla televisione francese France 3 (programma Soir 3) nel 1996, quando aveva diciannove anni e militava in Alleanza Nazionale come responsabile di Azione Studentesca. In quell'intervista, in un fluente francese, dichiarò: «Penso che Mussolini fosse un buon politico. Tutto quello che ha fatto, l'ha fatto per l'Italia. Non ci sono stati altri politici come lui negli ultimi cinquant'anni». Una frase mai realmente smentita né rinnegata, riemersa virale nell'estate 2022 alla vigilia delle elezioni che l'avrebbero portata a Palazzo Chigi.

Ricordiamoci che la casa di Ignazio La Russa, Presidente del Senato, seconda carica dello Stato, il cui secondo nome di battesimo è Benito, è piena di cimeli fascisti, statue, busti e bassorilievi del Duce, come lui stesso ha mostrato con orgoglio davanti alle telecamere del Corriere della Sera nel 2018, scherzando sul fatto di aver messo «un simbolo comunista sotto i piedi» di una statuetta di Mussolini. Nel febbraio 2023, da Presidente del Senato, ha pubblicamente confermato di possedere ancora quel busto e ha aggiunto: «Non lo butterò mai». Suo padre Antonino era stato segretario del Partito fascista a Paternò e poi senatore del Movimento Sociale Italiano per cinque legislature.

Ricordiamoci che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ogni anno commemora pubblicamente Giorgio Almirante, definendolo «politico e patriota d'altri tempi», «un grande uomo che non dimenticheremo mai». Almirante fu volontario delle Camicie Nere, dal 20 settembre 1938 al 1942 segretario di redazione della rivista antisemita e razzista La difesa della razza, nata pochi mesi dopo la pubblicazione del Manifesto della razza per diffonderne l'ideologia. Sulle sue pagine, il 5 maggio 1942, mentre in Europa infuriavano deportazioni e sterminio, Almirante scriveva: «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti». Durante la Repubblica Sociale Italiana fu capo di gabinetto del Ministero della Cultura Popolare di Salò e firmò il bando del 17 maggio 1944 che minacciava la fucilazione per i renitenti alla leva. Nel 1946 fondò il MSI, partito da cui discende, attraverso Alleanza Nazionale, l'attuale Fratelli d'Italia.

Ricordiamoci che ogni anno, in tre date (il 28 ottobre per la Marcia su Roma, il 28 aprile per la morte di Mussolini, il 29 luglio per la sua nascita), centinaia di nostalgici sfilano a Predappio in camicia nera, con fez, gagliardetti, croci celtiche e bandiere della Repubblica di Salò, intonando Faccetta nera e levando il braccio nel saluto romano davanti alla cripta del Duce. Per il centenario della Marcia su Roma, nell'ottobre 2022, hanno sfilato oltre duemila persone. I negozi del paese, aperti anche di domenica, vendono busti del Duce, magliette, tazze, adesivi con la svastica e posaceneri con la scritta «Dio Patria e Famiglia». Tutto questo nel pieno della legge Scelba e della legge Mancino, che vietano l'apologia del fascismo e la ricostituzione del partito.

Ricordiamoci che Liliana Segre, novantatreenne sopravvissuta ad Auschwitz e senatrice a vita, dal 7 novembre 2019 vive sotto scorta — disposta dal Prefetto di Milano dopo le minacce di stampo neofascista e antisemita, arrivate a una media di duecento messaggi d'odio al giorno. Ancora nel 2023 due carabinieri la accompagnano in ogni spostamento pubblico. È la sintesi più amara della Repubblica fondata sull'antifascismo: una bambina sopravvissuta al Lager, che oggi ha bisogno della scorta perché racconta cosa sia stato il Lager.

Ricordiamoci che la Costituzione italiana, nella sua XII disposizione transitoria e finale, vieta espressamente «la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Ricordiamoci che l'articolo 1 della Repubblica si fonda sull'antifascismo della Resistenza, e che il 25 aprile è festa nazionale.

Ricordiamoci, infine, che la fine di un regime non comporta automaticamente la fine di un'ideologia. Se il regime fascista è caduto ottant'anni fa, lo stesso non si può dire della cultura fascista, che, a furia di essere ignorata, banalizzata come folclore o liquidata con il ritornello «il fascismo non c'è più», ha continuato a riprodursi, a riemergere, a normalizzarsi. Si manifesta nei busti esibiti come ricordi di famiglia, nelle commemorazioni rivendicate come tradizione, nelle vie intitolate ad Almirante, nei saluti romani assolti dai tribunali, nei due carabinieri che ogni mattina aspettano sotto casa una signora di novantatré anni.

Liliana Segre, parlando di tutto questo, ha lasciato la frase che forse meglio riassume il pericolo:

«Ho paura della perdita della democrazia, perché io so cos'è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell'indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi, e c'è chi grida più forte e tutti dicono: ci pensa lui.»

Liliana Segre

Schierarsi, oggi, non è un esercizio retorico. È l'unica forma di memoria che conta.

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