Ci sono frasi che, pronunciate al bancone di un bar, suonano già fuori posto. Le stesse frasi, dette davanti a una telecamera, in prima serata, da chi ha il privilegio di parlare ogni giorno a centinaia di migliaia di italiani, smettono di essere una scivolata personale e diventano un problema pubblico. E quando, come in questo caso, a pronunciarle è un giornalista che è anche il compagno della Presidente del Consiglio, alla questione mediatica si somma, che lo si voglia ammettere o no, una questione politica.
Lunedì sera, a Diario del Giorno su Rete 4, Andrea Giambruno ha commentato gli stupri di Palermo e di Caivano che da settimane scuotono il dibattito pubblico. La condanna degli aguzzini, definiti "bestie", è arrivata puntuale, di rito, come da copione. Subito dopo, però, il giornalista si è lanciato in una di quelle considerazioni che ti fanno cadere il telecomando di mano: "se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi", magari "il lupo" non lo incontri. Tradotto in lingua corrente: il problema non è chi violenta, ma chi beve. Non è chi aggredisce, ma chi balla. Non è chi sceglie di stuprare, ma chi sceglie di vivere la propria serata.
La seconda violenza
È un classico dell'armamentario maschilista italiano, uno di quei ritornelli talmente sedimentati da sembrare quasi buon senso a chi non si prende mai la briga di interrogarli. Ha persino un nome tecnico, per chi avesse voglia di documentarsi: si chiama vittimizzazione secondaria. Sulla donna già distrutta dalla violenza fisica si scarica una seconda violenza, fatta di sospetti, di insinuazioni, di domande capziose. "Cosa indossavi", "perché eri là", "quanto avevi bevuto". La cronaca di queste ore, peraltro, ce ne offre la prova più cruda e più dolorosa: la diciannovenne stuprata a Palermo ha scritto sui social di non farcela più, di sentirsi portata "alla morte" anche dai commenti di chi continua a colpevolizzarla. Ecco l'esito concreto, materiale, tangibile, di certo chiacchiericcio televisivo che ama presentarsi come "preoccupazione paterna" e che invece, sotto sotto, racconta sempre la stessa storia.
La domanda politica
E qui la domanda politica non si può eludere: Giorgia Meloni prende, sì o no, le distanze dalle parole del suo compagno? Lo chiedono in queste ore l'opposizione, le associazioni che da anni si occupano di violenza di genere, e moltissime cittadine, non solo elettrici di sinistra, sia chiaro, che si aspetterebbero almeno una riga da una donna che siede a Palazzo Chigi. Non si tratta di chiedere a Meloni di sconfessare la persona con cui condivide la vita: ci mancherebbe. Si tratta di capire se la Presidente del Consiglio condivide o no l'idea, neanche troppo sotterranea, secondo cui le ragazze "dovrebbero pensarci prima". Perché altrimenti diventa lecito porre la questione: con quale credibilità ci si presenterà a Caivano a promettere riscatto a un territorio in cui proprio la cultura del branco, del possesso, dell'omertà ha prodotto l'orrore di queste settimane? Con quale autorevolezza si parlerà di sicurezza delle donne, se in casa propria si tollera, in silenzio, un copione vecchio di decenni?
Perché di questo si tratta: di un copione. Giambruno non ha inventato un bel niente. Si è limitato a recitare, con la coda lunga del suo nuovo ruolo da first gentleman, una parte già scritta da altri. Feltri, Sgarbi, Sallusti, Bocchino: i nomi cambiano, gli studi cambiano, le reti cambiano, ma la grammatica televisiva resta sempre la stessa. Si parte dalla "ferma condanna" (obbligatoria, di facciata, quasi un disclaimer legale) e poi, immediatamente dopo l'avversativa, arriva il famigerato "però". Però se non ti vesti così. Però se non bevi. Però se non sali in macchina con uno sconosciuto. Però se non esci di sera. Però se non balli. Però. Mille piccoli "però" che, sommati uno sull'altro, costruiscono un'unica grande tesi mai dichiarata apertamente: la libertà delle donne è un rischio che le donne devono imparare a non correre. La libertà degli uomini, naturalmente, non è mai in discussione. Non viene mai messa nella colonna dei "però".
Chi parla in televisione educa
È vergognoso, e lo è doppiamente. Lo è perché chi ha quella visibilità ha anche una responsabilità che non si scarica con il comodissimo "io non faccio l'educatore, ma il divulgatore", risposta che in queste ore Giambruno sta usando con disinvoltura per chiudere la polemica. La verità, banalissima, è che chiunque parli in televisione educa: lo voglia o no. Educa con quello che dice e con quello che tace, con i toni, con le pause, con le domande che pone in studio e con quelle che si guarda bene dal porre. Educa quando dà la parola e quando la toglie, quando annuisce e quando alza il sopracciglio. Un servizio di informazione che si rispetti, pubblico o privato, ha il dovere minimo, elementare, di ribadire un principio non negoziabile: un rapporto sessuale, per essere tale, deve essere consensuale. Punto. Tutto il resto, l'abito, l'orario, il bicchiere, il rossetto, l'ora del rientro, è rumore di fondo. E quando quel rumore prende il posto del messaggio principale, diventa un rumore colpevole.
Non serve scomodare la sociologia per capire una cosa che tante studiose ripetono da decenni: il violentatore non è un mostro caduto dal cielo, non è "il malato" delle narrazioni consolatorie, non è l'eccezione che conferma la regola di una società sana. È, al contrario, il figlio sanissimo di una cultura che da generazioni insegna agli uomini che il corpo delle donne è un terreno negoziabile, una proprietà collettiva, un dato d'ambiente. È figlio del patriarcato, parola che a qualcuno fa ancora sorridere o storcere il naso ma che descrive con precisione chirurgica il sistema di gerarchie, di permessi taciti, di ammiccamenti maschili dentro cui certe violenze prosperano. Lo stupro di gruppo non nasce in una sera d'agosto al Foro Italico né in un fabbricato del Parco Verde di Caivano: nasce molto prima, in una catena infinita di battute mai rimproverate, di "stai attenta" detti soltanto alle figlie e mai ai figli, di fischi per strada accolti come complimenti, di salotti televisivi in cui l'avversativa pesa sempre più della condanna.
Educhiamo gli uomini
E allora la richiesta è semplice, persino banale, anche se per qualcuno è evidentemente difficile da pronunciare: educhiamo gli uomini. Educhiamoli al consenso prima che alla performance, alla cura prima che al possesso, all'ascolto prima che al rimorchio. E cominciamo, già che ci siamo, da chi entra ogni sera nelle case degli italiani con un microfono in mano e con la pretesa, neanche tanto velata, di spiegare alle ragazze come si sta al mondo. Perché finché continueremo a chiedere alle donne di "fare attenzione" e non chiederemo agli uomini di smettere di essere pericolosi, staremo solo girando intorno al problema. E saremo, tutti, un po' complici del prossimo titolo di cronaca.