Nel 2022, in Italia, sono morti 1.090 lavoratori in occasione di lavoro, secondo i dati dell'Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering, mentre l'INAIL ha registrato complessivamente 1.208 denunce di infortunio con esito mortale, comprendendo anche quelli in itinere. Significa, in media, più di tre morti al giorno. È in questa contabilità tragica e ormai cronica che si inserisce l'ultimo, drammatico episodio: nella notte tra mercoledì 30 e giovedì 31 agosto, lungo la linea ferroviaria Torino-Milano, un treno ha travolto cinque operai uccidendoli sul colpo. Il maggior numero dei decessi sul lavoro nel 2022 si era registrato, ancora una volta, nel settore delle costruzioni (131 vittime), seguito da quello dei trasporti e magazzinaggio (117) e da quello manifatturiero (100).
L'incidente è avvenuto poco dopo la mezzanotte alla stazione di Brandizzo, a una ventina di chilometri da Torino. Le vittime sono Kevin Laganà, 22 anni, di Vercelli; Michael Zanera, 34 anni, di Vercelli; Giuseppe Sorvillo, 43 anni, residente a Brandizzo; Giuseppe Aversa, 49 anni, di Chivasso; e Giuseppe Saverio Lombardo, 52 anni, residente a Vercelli. Tutti dipendenti della Sigifer Srl, ditta esterna al gruppo Ferrovie dello Stato con sede a Borgo Vercelli, specializzata nell'armamento ferroviario. Insieme a loro lavoravano altri due operai, sopravvissuti per pochi metri e ricoverati sotto choc all'ospedale di Chivasso, dove sono stati assistiti anche i due macchinisti del convoglio, di 30 e 51 anni.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri e della polizia ferroviaria, il treno viaggiava a circa 160 chilometri orari. Si trattava di un convoglio passeggeri vuoto, fuori servizio, composto da una decina di carrozze in trasferimento da Alessandria a Torino. Gli operai della Sigifer stavano eseguendo lavori notturni di sostituzione di alcuni metri di binari ammalorati: un intervento di routine che avrebbe dovuto concludersi nelle ore successive. Il punto è che operazioni di questo tipo sull'armamento possono essere svolte soltanto in assenza di circolazione, e solo dopo che il responsabile del cantiere ha ricevuto un nullaosta formale da parte del personale abilitato di RFI, in seguito all'interruzione programmata della linea.
Le prime risultanze dell'inchiesta della procura di Ivrea suggeriscono che l'autorizzazione formale non fosse mai arrivata: gli operai avrebbero iniziato a lavorare prima del via libera ufficiale, mentre la dirigente movimento di RFI aveva comunicato il transito di un treno in ritardo. I primi indagati per disastro ferroviario e omicidio plurimo sono il caposcorta di RFI presente sul posto e il capocantiere della Sigifer, ovvero le due figure cui spettava la responsabilità ultima dell'apertura del cantiere. Sull'identità delle responsabilità individuali si pronuncerà la magistratura, ma il quadro che emerge è quello, già visto troppe volte, di un sistema che scarica sui singoli, quasi sempre l'ultimo anello della catena, gli effetti di una pressione produttiva e organizzativa che viene da molto più in alto.
Le istituzioni continuano a inseguire l'emergenza più che a prevenirla, e la questione della sicurezza sul lavoro, in Italia come a livello globale, resta strutturalmente sottovalutata. Non stupisce che il nostro Paese si collochi attorno alla media europea per incidenza di infortuni mortali, ma che faccia decisamente peggio dei principali Paesi avanzati: Paesi Bassi e Germania registrano un'incidenza pari rispettivamente a circa un quinto e due quinti di quella italiana. Il dato è la fotografia di un sistema produttivo che continua a separare i concetti di lavoro e di salute, quando invece dovrebbero essere considerati due facce indivisibili della stessa medaglia. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro stima che a livello mondiale quasi tre milioni di lavoratori muoiano ogni anno per infortuni sul lavoro o malattie professionali: una cifra che continua a crescere, nonostante decenni di proclami sulla "cultura della prevenzione".
A pesare sul conto delle morti italiane sono anche due elementi strutturali. Il primo è la dimensione delle imprese: la mortalità è significativamente più alta nelle piccole aziende rispetto a quelle medio-grandi, segno che dove i margini sono più stretti e i controlli interni più deboli la sicurezza diventa la prima voce su cui si risparmia. Il secondo è la condizione dei lavoratori stranieri, che presentano un rischio di morte sul lavoro più che doppio rispetto agli italiani: nel 2022, 66,5 decessi ogni milione di occupati contro 31,5. Sono i lavoratori più ricattabili, quelli con meno strumenti per dire no a un turno notturno svolto in condizioni di rischio o a un cantiere aperto senza il nullaosta.
Ed è qui che entra in gioco l'altro grande nodo: la precarizzazione del lavoro. La disponibilità di migliaia di persone ad accettare turni massacranti, lavoro notturno, contratti a cascata, subappalti e sub-subappalti, spesso sacrificando la propria sicurezza pur di non restare disoccupate, è uno degli elementi chiave per spiegare questa tragedia nazionale. I lavoratori rinunciano, o sono spinti a farlo, ai propri diritti e alle proprie tutele pur di mantenere o assicurarsi un posto di lavoro. Le aziende, soprattutto quelle più piccole e quelle che operano negli appalti, cercano di comprimere il più possibile i costi del lavoro per sopravvivere in un contesto di concorrenza al ribasso, spesso aggiudicandosi commesse con offerte che già in partenza rendono impossibile rispettare integralmente standard, tempi e procedure di sicurezza. La filiera del subappalto, che a Brandizzo, come in molte stragi recenti fa da sfondo, è il dispositivo attraverso cui si scaricano sui lavoratori finali le compressioni di costo decise a monte.
A mancare, in fondo, è soprattutto una cultura che metta davvero al centro la dignità dei lavoratori, a partire dalla sicurezza della loro vita. Servono investimenti seri in prevenzione, controlli ispettivi più frequenti e meno formali, sanzioni che colpiscano davvero le filiere degli appalti e non solo l'ultimo capocantiere, formazione continua e non burocratica, una stretta sui subappalti a catena. Ma soprattutto serve smettere di considerare ogni morto sul lavoro come un incidente isolato, una fatalità, un caso a sé. Kevin, Michael, Giuseppe, Giuseppe e Giuseppe non sono morti per una distrazione: sono morti dentro un sistema. E finché quel sistema resterà intatto, l'elenco dei nomi continuerà ad allungarsi.